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venerdì 6 gennaio 2017

Minimal magic, magia strategia minimale by Gian Berra


Strategia minimale, minimal magic







Gian Berra: l'ultimo dipinto di informale barocco 2009 in minimal magic


Nel 2009, Gian Berra, dopo aver dipinto circa 100 opere di informale barocco, chiuse questa serie con un ultimo dipinto RED CHINA che riassume tutto il contenuto emozionale della ricerca. Una opera che conteneva in sintesi un percorso di sperimentazione che ora viene pubblicata e raccontata nelle varie fasi. Minimal magic.

Gian Berra: the last painting of informal Baroque 2009, minimal magic


In 2009, Gian Berra, after having painted about 100 works of Baroque informal, closed the series with a final painting RED CHINA that sums up all the emotional content of the research. A work which contained a summary of an experimental path that is now being published and told in various stages. Minimal magic.





Totem nothing
Nothing at all. Just as it is.
Represented in "nothing" to be or exist.
Void in nothing.
Safe haven.
Gian Berra

Totem nulla
Niente di niente. Semplicemente come è.
Rappresenta in "niente" di essere o esistere.
Vuoto nel niente.
Rifugio sicuro.
Gian Berra





Red China, ritaglio 1 : Assoluto

Questo è il ritaglio 1 del quadro Red China. Splende il campo di alluminio cromato che ruba gli occhi. Esso é lievemente inclinato come per allontanare un equilibrio assoluto. La mentalità occidentale ritiene necessaria la sicurezza di possedere di un equilibrio, ma ciò è la sua debolezza assoluta. La mentalità occidentale non ha una sicurezza, perché ritiene necessario un punto di partenza, e anche essa desidera un punto di arrivo. La mentalità occidentale vive correndo in cerca di auto realizzazione, ma non ha mete perchè ha delegato ad un concetto assoluto il suo sogno.
La mentalità della civiltà orientale (cinese) non concepisce concetti assoluti definiti. La civiltà cinese costruisce la sua sicurezza sul concreto di ogni attimo.
Essa cambia il suo orientamento seguendo gli istinti e l'esperienza.
La civiltà cinese ama lo sfondo di colore rosso, che indica la forza vitale completa di ogni suo aspetto, nessuno escluso.
La civiltà cinese ama le linee oblique perché indicano vitalità e movimento ( gli occidentali temono di perdere il contatto con la sicurezza).
Una linea nera spezzata disturba l'equilibrio, lo fa con arroganza perché è nel suo diritto. Fili di luce determinano i confini degli elementi figurativi, ma lo fanno senza sicurezza, perché ogni punto fermo è una illusione.
Per la mentalità cinese le illusioni sono un gioco. Per la mentalità occidentale le illusioni sono schiavitù e sono strumenti per guidare le coscienze verso la follia.

Immagine completa del quadro Red China con i suoi territori:

Red China, cutout 1, Absolute

This is the first crop of the picture Red China. Shining chrome aluminum field that the eyes steals. It is slightly tilted as if to ward off an absolute balance. The security Western mind considers it necessary to have a balance, but this is its absolute weakness. The Western mind has no security, because it believes need a starting point, and it also wants an end point. The Western mind lives running in search of self-realization, but no goal because delegated to an absolute concept his dream.
The mentality of the eastern civilizations (Chinese) does not conceive defined absolute concepts. Chinese civilization builds its security on the concrete of each moment.
It changes its orientation following the instincts and experience.
Chinese civilization loves the red background, indicating the complete life force of every aspect, without exception.
Chinese civilization loves the oblique lines that indicate vitality and movement (Westerners fear of losing touch with the security).
A black broken line disturbs the balance, it does so with arrogance because it is within his rights. light strands determine the boundaries of the figurative elements, but they do so without security, because every milestone is an illusion.
For the Chinese mentality illusions are a game. To the Western mind illusions they are slavery and have instruments to guide the consciences towards madness.

Full image of Red China framework with its territories:













Red China, minimal magic 2: il senso di colpa

Ecco il ritaglio 2 di Red China in Minimal magic

La linea del cammino è chiara come un serpente scuro già tracciato. Basta seguirla anche perché è comodo. Sembra fermarsi in un luogo innaturale di metallo che luccica

Red China, minimal magic 2
Ecco il ritaglio 2 di Red China in Minimal magic
La linea del cammino è chiara come un serpente scuro già tracciato. Basta seguirla anche perché è comodo. Sembra fermarsi in un luogo innaturale di metallo che luccica. Attira l'attenzione, ma solo per un attimo, perché cola un po' di sofferenza lungo quel cammino.
Un occidentale a questo punto guarderebbe alla sua sofferenza patita e ne ricaverebbe malinconia, autocompiacimento o rabbia ( un islamico solo rabbia e frustrazione ).
Ma per la sensibilità di un cinese ( civiltà della Cina ) il percorso non dona importanza eccessiva a tali emozioni. Ci sono, esistono, ma è più importante osservare il campo rosso che sostiene il cammino. Non solo: Si sviluppano territori gialli frammentati appena attorno al territorio di lucente alluminio.
Per di più la mentalità orientale cinese osserva con interesse il percorso verticale quasi trasparente che attraversa la zona di alluminio.
Per lui è una zona interessante perché gli propone mille alternative, malgrado mille ostacoli che la attraversano.
Nella civiltà occidentale gli ostacoli vengono usati e affrontati per sfuggire i pesi dell'anima e per imboccare strade con entusiasmo, che nascondono il disagio del senso di colpa indotto, ( per un islamico vengono scartati, oppure sostituiti da altri percorsi già tracciati da altri ).
Per un appartenente alla civiltà cinese o giapponese gli ostacoli generano curiosità, ma non immediata azione. Essi fanno semplicemente parte della vita, e vissuti.

Red China, minimal magic 2
Here cropping 2 of Red China in Minimal magic
The line of the road is as clear as a dark snake already mapped. Just follow it because it is convenient. It seems to stand in an unnatural place from metal that glitters. Attracts attention, but only for a moment, because cola a little 'suffering on that journey.
A West at this point would look to his past pain and would procure melancholy, complacency or anger (an Islamic only anger and frustration).
But for the sensitivity of a Chinese (Chinese civilization) the course does not give too much importance to such emotions. There are, there are, but it is more important to observe the red field that sustains the journey. Not only that: They develop yellow territories fragmented just around the shiny aluminum territory.
Moreover the Chinese oriental mentality observes with interest the almost transparent vertical path that runs through the aluminum area.
For him it is an interesting area because it offers him a thousand alternatives, despite a thousand obstacles that cross.
In Western civilization obstacles are used and addressed to escape the soul weights and take roads with enthusiasm, which hide the discomfort of guilt induced, (for a Muslim are discarded, or replaced by other already traced by other routes) .
For a member of the Chinese or Japanese civilization obstacles generate curiosity, but no immediate action. They are simply part of life, and lived.










Red China, minimal magic 3



Red China, minimal magic 3: La Paura

Ecco il ritaglio 3 di Red China in Minimal magic.

Ecco la strada, la via da percorrere perché è la sola che abbiamo a disposizione in questo attimo di vita. Noi nel percorrerla pensiamo che essa sia la sola … e camminando noi ci sentiamo sicuri. Come il pensiero occidentale esamina il suo cammino?
Il pensiero occidentale conosce i suoi limiti ma anche li nasconde a sé stesso. La mentalità assoluta occidentale non ammette errori non previsti, non ammette la sua debolezza. Il pensiero occidentale non ammette la Paura; esso ha paura della Paura. Il timore del pensiero occidentale è che anche la Paura sia assoluta.
La Paura come concetto assoluto non può essere dominata, ne esaminata, ne accettata. La Paura non ha una immagine, non può averla perché è assoluta e contiene tutte le immagini possibili.
La Pura è indefinibile.
Per il pensiero occidentale la Paura ha il valore malefico e assoluto del Male.
Il pensiero occidentale non può conoscere il Male, perché è il valore inverso del Bene. Il pensiero occidentale pensa di conoscere il Bene, ma lo confonde con i suoi interessi e con le sue idee e ideologie.
Le idee e le ideologie, e le religioni su cui fa affidamento il pensiero occidentale sono la rappresentazione dei suoi desideri e delle sue paure.
Ma essi non hanno il potere di creare relazioni con i concetti assoluti che creano tali concetti.
Il pensiero occidentale è cieco.
Il pensiero cinese rappresenta la Paura con infinite immagini con cui parlare in infiniti modi. Il pensiero cinese può temere la Paura, ma sa anche farsela amica e ingannarla o lusingarla. Per esso la Paura ha un valore grande, ma mai assoluto. Per il pensiero cinese esiste sempre una via di fuga o una alternativa.
Una strada conosciuta può essere ripensata e corretta e il cammino può continuare. Tutto è relativo.
Così nel ritaglio 3 il cammino scuro passa attraverso tante prospettive colorate e poi si dirama in una deviazione che genera angoscia.
E' la sfida che la cultura cinese vince alla grande sulla cultura occidentale.


Gian Berra 2016

Red China, minimal magic 3: The Fear

Here cropping 3 of Red China in Minimal magic.

This is the path, the way to go because it is the only one available to us in this moment of life. We follow it in we think that it is the only ... and walking us feel safe. As Western thinking examines his path?
Western thought knows his limits but also hides them himself. The western mentality does not admit absolute unexpected errors, he does not admit his weakness. Western thought does not admit Fear; it is afraid of Fear. The fear of Western thought is that the fear is absolute.
Fear as an absolute concept can not be dominated, they examined, he accepted. Fear does not have an image, it can not have it because it is absolute and contains all possible images.
The Pura is indefinable.
To Western thinking Fear has the evil and absolute value of Evil.
Western thought can not know the evil, because it is the inverse value of Good. Western thought think you know the Good, but confuses him with his interests and his ideas and ideologies.
Ideas and ideologies, and religions on which relies on Western thought is the representation of his desires and his fears.
But they do not have the power to create relationships with absolute concepts that create these concepts.
Western thought is blind.
Chinese thought is the Fear with endless images to talk in endless ways. Chinese thought may fear the Fear, but also knows how to have it friend and deceive or flatter her. Fear for it has great value, but never absolute. For Chinese thought there is always an escape route or an alternative.
A road known can be rethought and correct and the path may continue. Everything is relative.
So in the cutout 3 dark path goes through many colorful perspectives and then branches out into a detour that generates anxiety.
And 'the challenge that Chinese culture wins big on Western culture.

Gian Berra 2016





sabato 27 dicembre 2014

Un luogo magico al Barchet di Segusino, mistero e violenza. Gian Berra



Il barchet a Segusino tra Segusino e Vas
luogo di paura. Il salto del diavolo


Il Barchet a Segusino. Luogo di misteri...

La vecchia foto è una cartolina, forse non è il luogo esatto del Barchet, ma quella è la strada che porta da Vas a Segusino. Forse non esistono foto d'epoca perché il luogo non aveva una gran importanza da essere fotografato, eppure durante la costruzione della ferrovia qualcuno ha fotografato la montagna di fronte nella fine del 1800?
Non si sa.
Il luogo è stato chiamato il salto del Diavolo ( al salt del Diol), a anche quando ero bambino negli anni '50 di parlava di un “Girlo assassino” che non perdonava chi andava in acqua.
Poi sotto il burrone ( per in bambino era altissimo) c'era tanta acqua verde e blu che faceva venire le vertigini.

Spiritus loci, Genius loci, ovvero spirito del luogo. Il Genius loci è un'entità naturale e soprannaturale legata a un luogo.
Anche dopo l'avvento del cristianesimo, malgrado fosse osteggiato dalla dottrina, queste entità continuarono e continuano ancora oggi ad esistere nella religiosità spontanea della gente ( come i Jiin nella religione islamica).
Così la gente, intuendo tale presenza paurosa diede nome al posto “Il salto del Diavolo”.
Segusino è un comune con tanti “luoghi misteriosi” che richiamano emozioni nascoste nella sua natura e scritte nel DNA dei suoi abitanti.


In cui figura un sorprendente:
Genius municipi Segusini (CIL, V, 7234; 7235)..... ?!




Ancora col Barchet a Segusino,

Adesso ho rubato la foto giusta...
Al salt del Diaol a Segusino...
Avevo trascorso quasi un pomeriggio con quel signore di Segusino.
Poi parlando del “Barchet” e della ultima guerra, mi raccontava che in quel posto i tedeschi uccisero gente di Segusino. Poi aggiunse:
Ti ricordi di Settimo Pillon? Faceva parte degli “arditi” degli alpini. Gente che nella lotta della guerra uccideva tutti senza pietà. Lui era diventato un partigiano, e alla fine della guerra era stato catturato dai fascisti a Segusino e picchiato a morte e gettato giù dal “salt del Diaol” al Barchet di Segusino.
Prima di buttarlo giù nell'acqua, gli ruppero le gambe.
Riuscì nuotare malgrado le gambe rotte e a salvarsi. Era un uomo dal fisico forte ed era anche amico di tuo padre Paolo Berra...

Queste parole, questa rivelazione mi colpì. Sono cose che la gente preferisce dimenticare perché portano con sé rancori, vendette e amarezza. Era il tempo della guerra e non valeva la legge o l'ordine. Vinceva la forza da entrambe le parti.
Nessuno, o tutti avevano ragione...
Ma tanto tempo è passato, e così riporto le parole di quel signore, come a prendere coscienza di un periodo amaro, e riconoscere al fortuna che abbiamo oggi...
Spero di non aver risvegliato in nessuno cattivi ricordi... è solo una storia che mi hanno raccontato. Chissà se è vera?
E chissà quante ce ne sono...

Gian Berra


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domenica 22 dicembre 2013

Sfida alla Dea Vita e la suo programma DNA. Follie di Gian Berra

Il carciofo Narciso ci insegna la filosofia per fregare il DNA a programma ignorante.



Sfida al DNA, quarta parte.
Il carciofo Narciso e orgoglioso di Gian Berra.

Che belli i pomodori dietro il carciofo? Non è vero? Ma era già fine settembre di 7 anni fa, e il primo freddo li ha bloccati verdi. Che sia da farli fritti come nel film?
No, è ovvio, ma che bello il carciofo che è fiorito nel suo splendore. La gente passando per la strada mi diceva: ma non lo cogli, non lo tiri via prima che fiorisca?
Io sorridevo e mi inventavo scuse, per farli passare oltre. Non potevo dire loro che stavo fregando alla grande il DNA. Lo menavo in giro come uno stupido, come in realtà è il programma ottuso, ma prezioso racchiuso nella nostra eredità biologica.
Perché mai dovremmo agire come macchinette programmate? Le civiltà, quando hanno risolto i problemi primari del mangiare, del territorio protetto, possono godere del surplus e creare il loro DNA mentale fatto a loro propria immagine. Questa è la cultura: E' rimirare sé stessi, misurarsi, e se le condizioni lo consentono... giocare. E' un lusso prezioso che pochi umani possono gustare.
Questa è la filosofia, strumento per definire spazi infiniti o confini più o meno condivisi.
Che lusso! Così a me non interessava magiare il carciofo, ma ammirarlo, goderlo e fotografarlo per rendere la sua immagine quasi eterna.
Ogni volta che vedo la foto, è come adorarlo una altra volta, e godere del suo trionfo. Io raccolgo il suo orgoglio, la sua vita che diventa anche mia. E lo ringrazio ancora oggi.
Grazie carciofo Narciso, tu sei eterno nei miei pensieri, e lo sarai per sempre.

Gian Berra 2014.



Sfida alla Dea Vita e la suo programma DNA.  
Follie di Gian Berra


Un sasso per amico

Terza parte.     Cosa è un totem? Le confidenze scandalose.

Dare scandalo. Far cose brutte, nascoste e poi fare in modo di lasciare un pochino accostata la tenda in modo che lo sguardo curioso ci scopra una preziosa briciola di malizia.
Occhi che fanno finta di non vedere, di non guardare in quello spicchio di probabile oscenità,
ma sono così tesi nello sforzo che non possono nascondere la voglia di sapere.
Quasi soffrono nel tenere allo stesso tempo due direzioni. La loro tensione li stanca a morte, ma già pregustano una novità che solleverà il loro spirito sino al punto di dire che loro avevano ragione.
Ragione da vendere.


Eppure è una cosa così semplice, naturale, spontanea. Quasi innocente o forse ingenua.
Quel pomeriggio di settembre vagavo; cosciente che si trattava di un giorno prezioso. Sapevo che era l'ora magica, ma non sapevo altro. Io sono ingenuo alla follia, mi fido di ciò che è curioso, ma non mi domando il perché. Vivo quell'attimo come una fortuna.
Così vidi in mezzo alle zolle appena arate un qualcosa che brillava lontano tra la terra.
Non ci vedo bene, nemmeno con gli occhiali. Non sapevo cosa era, ma mi chiamava come fosse un tesoro.
Così mi guardai in giro, timoroso che qualcuno si seccava per il fatto che andavo a calpestare la terra smossa. Mi pareva di disturbarla. Ma mi feci coraggio. Affondavo sulle zolle e poi fui sul punto luminoso. Era un sasso che stava giusto nel palmo della mano.
Lo raccolsi, era asciutto, appena sporco di terra scura che venne via subito. Lo ripulii meglio e lo carezzai per sentire la sua pelle di sasso. Mi impressionò la sua forma perfettamente sferica. Perfetta come una sfera, pareva quasi artificiale. Ma si vedeva che era stata la sua storia naturale a farlo così.
Sasso di calcare butterato, quasi levigato, ma non del tutto.
Bianchissimo, dall'aria un po' sfacciata.



Troppo bello, troppo perfetto. Una sfida? Appena un pensiero di rabbia passò come un lampo nei pensieri. Ma lo esclusi all'istante. Non avrei ascoltato la voce dell'impotenza. No mai!
Allora lo guardai ancora in silenzio... e Lui mi si strinse nella mano. Lo racchiusi tra le dita e cercai di stringerlo a mia volta. Lo sentii duro, un po' freddo, ruvido e tenace. Sentii anche la Sua indifferenza alle mi domande. Sentii il Suo orgoglio di essere sé stesso...e basta.
Lui non si poneva domande, neppure ne faceva a me. Era la, e bastava.
Allora compresi la sua forza. Forza antica, dura, semplice, naturale. Essenziale.
Allora non mi feci domande e lo accolsi.
Lo adorai, e lo adoro ancora oggi.
Adorare è parlare alla pari con l'altro. Io e l'altro che parlano l'un l'altro ascoltandosi a vicenda.
Chissà quale demonio venuto dai deserti del vicino oriente, ci ha fatto credere che “adorare” è mettesi in ginocchio di fronte a “Qualcuno” che ha il potere di essere al di sopra di noi tutti.
Che follia malata deve essere quella Entità che considera sé stessa al di sopra di noi tutti, e che addirittura considera sé stessa “Padre”, e rifiuta come sconcia la qualifica di Madre”.

Sto divagando, non vale la pena trattare dei sogni di potenza di entità svergognate e ingannatrici. Esse sono presenze parassite che succhiano le anime d'occidente della loro dignità. Basta ignorarle e lasciarle sole. Da sole esse muoiono da sole. Senza la nostra attenzione, svaniscono e basta.

Il sasso di calcare bianco butterato invece è ancora con me. Me lo porto vicino. A lui non importa nulla di me. Lui vive da milioni di anni. Io tra poco sarò meno che polvere, imparo da Lui cosa è la Vita. La prendo da lui e in cambio Lui mi ruba l'attenzione.
Ne vale la pena?

Il sasso mi risponde coi i miei stessi pensieri: Perché ti domandi dei perché? Non ti basta vivere in mia compagnia? Sento che lui è contento, almeno quanto può esserlo un sasso. 
E mi sento felice.

Gian Berra 2013
NB. Il sasso bellissimo della foto non è il mio sasso. Lui non vuole essere fotografato, io lo ascolto.



Aspettando che la sfida al DNA si compia...




Sfida alla Dea Vita e la suo programma DNA.  
Follie di Gian Berra


Sfida al DNA e alla Vita...  ( prima parte)

Ecco che i pensieri vagano, chissà se c'è uno scopo. Loro lo cercano indecisi se indagare oltre. Ma è una illusione. Così è meglio rischiare e mi butto nel piacere di andare oltre ciò che serve davvero.
Meglio vagare nel superfluo. Che bello vivere in una fetta di civiltà che permette uno spicchio di ricchezza che ci dona libertà di sognare. Liberi, per ora, di cercare a tempo pieno il cibo o il riparo provvisorio... possiamo goderci la cultura.
La Dea Vita ha previsto una evoluzione del DNA mentale o culturale?
La Dea Vita è una Dea terribile, e pare, senza cuore. Ma ci dona una occasione limitata di poterLe ridere dietro. Lei non ride di noi umani, nemmeno ci vede: Siamo una crosta dallo spessore flebile e provvisoria.
Lei la Dea per eccellenza, ha accettato un incidente rischioso come una moderata autocoscienza.
Ma rischioso per noi certamente. Lei, la Dea quasi assoluta ( per noi) ride di gusto ai nostri crucci.
Ride e quasi si piega in due dal ridere delle nostre certezze. Lei ride delle Fedi, religioni, idee e certezze.
Ride sopratutto del fatto che le cerchiamo, ride della nostra paura. Poveracci, ci dice...
Lei, la Dea crudele, e mamma assoluta, ride dei maschi umani e li usa come cavie per tormentare le femmine della specie. Una umanità che funziona a metà è uno scandalo per la specie. Una sfida a chi resiste più a lungo. La Dea comunque non conta il tempo, se ne frega. Sa che ci meritiamo di essere ciò che sapremo essere. E Ride, si diverte un sacco.
Selezione naturale? Fisica e anche mentale? Certo, Lei gioca a dadi con gioia, perché nemmeno Lei sa come andrà a finire. Il rischi è il suo gioco...e lei non si cura di perdere, perché perderemmo di sicuro prima noi, poveracci. Che sofferenza, che tedio, che rabbia.
Quando La sfidiamo fa finta di darci corda, ci segue per un poco...e poi ci lascia soli a leccarci le ferite.
C'è chi ha tentato di pregarla, di accenderle dei ceri, c'è chi addirittura ha fatto sacrifici orrendi per Lei. Addirittura alcuni hanno mortificato la loro “ragione” o il loro corpo per una salvezza dal Caos, altri sono fuggiti nella follia per non vedere un futuro certo.
Altri hanno cercato di sfuggirLe sperando in qualcuno che la abbia creata a Sua immagine. Follia.
Lei, la Dea ride ancora di più della debolezza di questa specie che pensa di sapere come ottenere qualcosa da Lei, la superba.
Eppure una mezza soluzione esiste. Sfidarla.
Lei, Dea senza cuore, usa una Sua soluzione quasi chimica, per determinare un Caos moderato per ingabbiare gli umani. Mescola e rimescola usando programmi quasi de tutto emotivi. Usa anche l'ambiente come un gioco, assieme al tempo. Gioca e nemmeno guarda. Si annoia col nostro tempo. Gioca Lei, con quelli che ancora non la hanno sfidata. Lei sa che “l'autocoscienza” pretesa dagli umani è una grande fregatura. A cosa serve tale facoltà se poi l'istinto dice che tu dovrei finire in polvere e questa si mescolerà alla terra per fare altra terra. La paura di essere così “poco” è la garanzia che in DNA dovrà ancora fare un gran salto per sfidare la Dea femmina che alimenta illusioni di fuga nell'illusione dei sogni che vengono fuori dalla follia del deserto.
Deserto interiore specialmente dei maschi umani. Alle femmine umane non interessa per fortuna la follia di “fare” ad ogni costo le cose. Loro, le figlie della Dea basta vivere...la Vita.
Sfidarla, questa Dea? Seguire il suo scopo, viverla come lei vive sé stessa?
E finalmente fregarla? Farle vedere finalmente che il suo progetto vitale è...vivere?
Vivere senza aggettivi o termini. Vivere e basta. Al meglio naturalmente. La sofferenza è solo una possibilità, una patologia che può essere curata dall'amore per la Dea.
La Paura solo una Dea di grado inferiore. Sacra anche essa, ma secondaria. Una fregatura rimasta dentro i meandri ancestrali del sacro DNA. Per fortuna le Dee e gli Dei non sono mai assoluti, e non ci assomigliano nemmeno. Possiamo offenderli a morte, e loro sono più che contenti di vedere che finalmente qualcuno si è accorto di loro. Lo accoglieranno quasi fosse loro fratello. Rideranno del nostro coraggio, ma lo rispetteranno, o per giocare con noi ci rispetteranno come fossimo loro.
Ma il passaggio più importante è sfidare il DNA.
E questo lo racconterò la prossima volta...
Lo traduco anche in dialetto veneto?
Gien Berra 2013



Memole, la Dea assoluta



Come seguito a sfida al DNA e alla Vita.  ( seconda parte )

Addomesticare o favorire una autocoscienza?
Memole, mia amata cagnetta tu sei il mio amore da difendere dal maligno destino del DNA e dalla durezza della Dea Vita. Lei la Dea altezzosa ed indifferente non si interessa di me o di te. Lei ragiona con gli umani, come fa il Dio stato padrone( o no), che ha la sua ragione... di stato.
La ragion di stato somiglia alla ragione della Dea Vita, essa non pensa agli individui, non li vede nemmeno.
Per questo io ti frego o Dea insensibile. Io cambierò le cose, anche se solo per meno di un Tuo attimo, Ti ruberò un pezzo di programma di DNA... e lo userò per il mio scopo.
Tu, Dea insensibile, non hai emozioni? No vero, carissima? Ma hai fatto uno sbaglio: Hai permesso con disattenzione ( in fondo da ignorante) che agli umani crescesse un granello di autocoscienza. Ora corri ai ripari creando col divino Caos tanta confusione, e tenti di disorientarci per ora. Pensi davvero che spariremo tutti in favore di una nuova era dei rettili? Illusa! Io, cara mia ti metterò i bastoni tra le ruote.
So come fare, e userò proprio le regole del tuo programma DNA!
Ho dato alla mia cagnetta il nome Memole. Divina Memole, il tuo nome viene da un folletto dei cartoni animati di 20 anni fa:Un folletto femmina, gentile, furbetto, ingenuo, tenero e con tanto fascino... ( niente a che fare col furbetto idraulico Super Mario, che ora tormenta con sfacciataggine i veneti rabbiosi, ma addomesticati di oggi. Chiamato anche Wiva Super Mario, WSM, che strazio..)

Memole, ora hai 8 anni, sei matura e posso dirti la verità: Non ti ho mai addomesticato.
Mai! Parola mia. Naturalmente non lo ho fatto nemmeno con i miei figli.
( Figurarsi con mia moglie...)
Cara bambina cane, ti ho osservato, fin quando ti portammo a casa. Tu ti guardavi attorno in attesa di cercare qualcosa a cui ubbidire. Vedevo lavorare in te, il DNA maligno che generazioni di umani ti avevano messo dentro, copiandolo da loro stessi. Un padrone ha potere, un padrone è necessario, anche se non è palese, come farne senza? Che grande sfida!
Una volta al giorno ti prendevo in braccio e ti coprivo di baci. Non c'era una ragione, lo facevo perché mi piaceva. Ma tu non capivi. Pensavi: “cosa ho fatto per meritare tanti baci? Forse ho sbagliato qualcosa?”
Poi cominciai a parlarti come parlavo a tutti gli altri in famiglia. Non so se capivi, non mi interessava un bel niente. Anche se mi guardavi sospettosa, io ti prendevo sul serio, malgrado tutto.
Poi, anche quando non sapevo che fare, lo domandavo a te.
Poi, cosa grande ho cominciato a scherzare con te. Ti ho fatto capire di non prendermi sempre sul serio. Ma tu capivi che anche questa era una cosa seria.
Così presto tu imparai che io non ero un padrone, ma uno che era quasi come te.
Quando ti chiamavo non mi degnavi nemmeno di uno sguardo, a meno che tu non lo volessi.
Era la prima vittoria sul maligno DNA!
Però poi vennero i frutti, e tu, carissima, cominciai a diventare furba e canchera. Era come se tu avessi imparato a ridere. Fu il mio, e tuo trionfo. Sapevi come ricevere attenzioni, come reclamare cibo, e cosa sublime... come richiedere affetto.
Poi finalmente la tua vita divenne la nostra. Tu hai poche esigenze o desideri. Noi tutti ti avevamo preparato un territorio protetto dalla indifferenza della dea Vita. Noi eravamo la Vita, e completamente a tuo favore, o divina Memole. Le nostre regole di DNA erano solo a tuo favore.
Abbiamo fregato, e girato a nostro vantaggio ogni indifferenza. Ti pare poco?
Per quell'attimo che siamo in questa forma di vita, siamo noi che facciamo le regole: condividiamo, amiamo, litighiamo, gioiamo senza più paura uno dell'altro. Non più nemici o ansie, abbiamo creato il nostro paradiso, e tu cara sei un Dio a tutti gli effetti. Che amore!
Invece, fuori, i maligni a domandarsi chi erano quei matti. Cosa mai facevano?
Quelli fuori, poveracci, si sentono liberi di odiare e giudicare. Poi si inventano occupazioni per definire rigidi confini. I confini, le classificazioni, le bandiere, le idee e le emozioni legate a tali inganni li tenevano ben legati al loro schema. E intanto la indifferente Dea Vita quasi ride di loro. La Dea Vita prova emozioni? Non so, lei non si accorge nemmeno degli umani. Sono solo probabilità e nulla più. E il DNA è il suo programma scritto in linguaggio senza pietà. Figuriamoci se contiene amore!
Ecco che tento di lanciare raggi gamma con le parole, Forse riuscirò a lasciare un segno dentro alla folla di identità che avrà il tempo di leggere le mie follie.
Ma cosa mai tu vuoi da noi chiacchierone? Intuisco.
E' ovvio, voglio prendere tutti in giro, e giocare e divertirmi un sacco.
Poi mi viene una domanda: Perché il Dio unico, assoluto dell'occidente e del vicino oriente, non ride mai?
E mi vengono i brividi...

Gian Berra









Memole la Dea assoluta





mercoledì 27 novembre 2013

Antonio Miotto, Toni Stai, di Segusino. Gian Berra lo ricorda..., un eroe e artista di Segusino.


Toni Stai, Antonio Miotto di Segusino


Antonio Miotto, Toni Stai, di Segusino.
Gian Berra lo ricorda..., un eroe e artista di Segusino.


Novembre 2013, è già un anno che è morto Toni Stai ( Antonio Miotto) di Segusino.
Lo avevo saputo per caso e ho avuto tanta tristezza nel cuore. Perchè nessuno lo aveva ricordato? Perchè il silenzio era in internet e nei media?
Nulla, di questo artista eroe di Segusino trapelava. Nessuno in paese si ricordava di lui?
Che vergogna misteriosa si porta dentro un intero paese! Cosa  teneva lontano da Toni Stai, la riconoscenza di una anima come lui? Talvolta mi chiedo le ragioni che tengono legate le anime del mio popolo veneto. Da dove viene tale paura di guardarsi attorno e lasciare libere le emozioni, di viverle in armonia e riconoscenza con chi gli vive vicino?
Anima nobile, buona, creativa, altruista, sensibile fino alla sofferenza.
Toni Stai, perchè non ti dicono grazie?
Ricordo i primi anni '50, quando ero tornato a Sagusino dopo una lunga malattia. Mio padre mi portò appena bambino nella nuova casa che lui aveva costruito con le sue mani al "Fontanon", in via Villa. Mi ci volle tempo ad ambientarmi e poco alla volta ripresi vita.
Ricordo un giorno che mia madre mi mandò a comprare dei biscotti alla bottega di Toni Stai appena la vicino, in Via Marconi ( la Villa). Toni aveva costruito un semplice locale ad un piano, sulla via, con una entrata e due piccole finestre. Allora la strada non era asfaltata e in giro c'era una aria di povertà, ma anche di grande umanità.
La vecchia fontana al Fontanon di Segusino

Passai la vecchia fontana all'angolo e fui già sulla Villa. Aprii la porta della bottega ed entrai nella sua povera intimità. Un po' di polvere in giro e sul bancone di formica scatole di lamiera piene di biscotti. Dietro un vetro le scatole grandi di tonno e sgombro da vendere a peso. Appese dietro il banco fasci di carta azzurra per incartare lo zucchero al dettaglio, poi una piccola scatola sul banco piena di sigari toscani. Vasi di vetro pieni di pasta, bottiglie su cassette di legno. Piene di bottigliette di gazzosa e aranciata. In alto su uno scaffale poche bottiglie di grappa e liquore prugna di Brotto. No, non c'era nessuno.
Ma ero curioso, vidi una luce nel retrobottega e mi avviai la dietro.
Rimasi quasi scioccato: Una unica lampadina era accesa in mezzo alla stanza buia, Toni Stai era intento a dipingere un grande quadro appoggiato al muro sopra un tavolo. Lui stava seduto e nemmeno mi guardava da quanto era rapito. Dava sottili pennellate ad una figurina di donna contadina immersa in un paesaggio di campagna. Il quadro mi rapì a tal punto che mi andò via la voce. Lui, Toni Stai sorrideva felice. Adesso mi aveva notato e disse qualcosa con gentilezza. Non ricordo le sue parole.
Poi venne fuori in bottega e con gesti lenti mi incartò un etto di biscotti Colussi. Nel frattempo era entrato un vecchio signore che chiedeva due sigari toscani. Toni Stai aprì la scatola e glieli fece scegliere....
Il ricordo finisce qua. Un lampo che mi è rimasto come una scoperta di meraviglia. Così conobbi la pittura e lei mi stregò.
La vecchia bottega di Toni Stai, Antonio Miotto a Segusino

Di quel periodo non ricordo molto altro. Negli anni 70 conobbi suo figlio Gian Pietro e ammirai i suoi quadri. Era di animo sensibile, troppo sensibile. Lui fantasticava come quegli artisti che ancora non avevano trovato una loro strada. Qualcosa lo bloccava. Ma aveva il cuore di suo padre e una gentilezza indifesa che non ho mai più ritrovato in nessuno.
Lo vidi ancora di sfuggita a una mostra a Villa dei Cedri a Valdobbiadene, ma poi più nulla. Non rividi più Toni Stai.
Ma nel 2008 una amica di famiglia aveva invitato me e mia moglie ad una cena, e lei portò anche Toni Stai. Lei le aveva regalato una copia del mio romanzo "Wasere" e lui aveva accettato di venire.
Quando ci incontrammo era come se non ci fossimo mai conosciuti. Troppo tempo ci divideva. Lui portava benissimo i suoi anni. Era già oltre gli 85 anni ( ma non sono sicuro). Dritto sulla schiena, ben vestito con cura. Sempre pettinato e con un sorriso eterno sul viso.
Non parlava, era un po' timido, riservato. Timoroso di esporsi.
Così mi misi a chiacchierare e parlare dei miei ricordi, di quello che facevo. Gli raccontavo le mie avventure e i miei sogni. Vedevo i suoi occhi illuminarsi. Mi disse sincero:
Sai, Gian Berra, non avevo un buon ricordo di te..
Come mai? Risposi.
Rispose con voce calma: Ho visto in giro che ti dai a fare mostre di quadri, fai corsi di pittura e mi dicevano che in realtà non valevi molto. La gente mi diceva queste cose. E io forse le ho accolte. Tu eri troppo strambo...Ma dopo che ho letto il libro, mi sono incuriosito...
Io rimasi un po' bloccato, e mi venne da dire: Toni, io sono così...
Così si aprirono le porte delle nostre anime. E specialmente lui, cominciò e mi raccontò la parte più segreta della sua vita. Caro Toni Stai, ti ringrazio di avermi donato un pezzo così importante della tua anima. Anche questa volta mi hai dato gran parte della tua forza!
E io la racconto quì la tua storia come un tesoro prezioso.
Ricordo vagamente che Toni, dopo aver chiuso la bottega sulla Villa. Teneva dei "buratti" dietro casa. Servivano per fare delle lavorazioni alla produzione degli occhiali. In tanti a Segusino seguivano il settore. Quando tornai a segusino nel 1969  questi erano spariti e sentii che Toni Stai aveva aperto una fabbrica di lampadari. Poi dicevano, ne aprì un'altra. Poi altre voci che dicevano che ne aveva aperto una terza vicino Crespano (?). Ma erano cose che allora per me non avevano importanza. Dicevano che aveva portato al paese di Segusino tantissime occasioni di lavoro. I suoi migliori operai a loro volta aprirono altre fabbriche e alcune di esse lavorano ancora oggi bene. Poi io me ne andai dal paese e non seppi più nulla. Vagamente sentii voci che dicevano che ad un certo punto vendette ogni cosa e si costruì una casetta a Col Lonc sopra Segusino. Voci, tante voci...
Lui mi raccontò quella sera:
Sai, Gian Berra, io sognavo ogni attimo di fare le cose che immaginavo. Disegnai i primi lampadari da solo, poi detti loro una forma e cominciai così come si crea un quadro. Coraggio e fantasia ed ecco come cominciai con una prima piccola fabbrica. Insegnavo agli operai come se fossero miei figli. Infiammai di entusiasmo anche loro. I migliori si misero per conto proprio ed io ero felice. Vedevo la mia gente finalmente esporsi e rischiare. E raccoglier i frutti. No serviva più scappare lontano da Segusino per mantenere una famiglia. Vedevo un paese che ritrovava un suo orgoglio...
Poi come accade a chi non si risparmia ebbi una crisi di stanchezza. Cominciai a sentire in me una tristezza profonda nell'anima. Cercai un aiuto, una parola che mi ridesse fiducia, ma non la trovai. Tiravo avanti ma l'interesse se ne andava. Avevo usato gran parte della mia forza.... da solo. E ora ero smarrito.
Il lavoro aumentava, l'impegno anche, ma a me cominciava a pesare. Non ho una mente fredda, io ascoltavo e mi davo tutto alla mia gente.
Cercai conforto e sicurezza,  forse per la prima volta in vita mia chiesi l'aiuto di una parola, di una collaborazione, di una compagnia. Nulla trovai, solo qualche sorriso distratto e, dietro le spalle l'invidia, le chiacchiere, le parole che distruggono.
Allora lasciai che le emozioni fossero libere. Quasi regalai una fabbrica, e vendetti per poco le altre. E mi ritirai nel silenzio.
Quanti anni sono passati  da allora, caro il mio Gian Berra!
Sai cosa faccio ora? Mi disse: Disegno gioielli, e anche ne costruisco. Mi danno gioia...
Così mi raccontava Toni Stai, e non parlò mai male di nessuno. Aveva accettato la tristezza con la saggezza disincantata di chi ha fatto meglio che poteva. Dalla sua casetta ogni giorno guardava giù nella valle il suo paese, ma forse immaginava una nebbia personale per farlo ancora più bello.
Mi raccontò, richiamate dai suoi ricordi, immagini di Segusino in tempo di guerra. Mi raccontò anche di mio nonno, che aveva conosciuto. Mi raccontò anche dei viaggi solitari che faceva in treno fino a Venezia per visitare i musei d'arte.
Sempre con un sorriso appena accennato.
Poi non lo vidi più.
Chissà quando qualcuno si ricorderà di lui a Segusino. Io lo porto nel cuore e gli dico grazie dei suoi regali.
Gian Berra 2013.



Un sorriso di Toni Stai, Antonio Miotto di Segusino.


https://sites.google.com/site/segusinosite/

https://sites.google.com/site/pederobbasite/

https://sites.google.com/site/veniceworldart/

https://sites.google.com/site/gianberrasite/



giovedì 29 marzo 2012

A tale of Gian Berra in 2012. Hymn to Pan and living roots in all of us ... Witness the Morer, the tree of the blackberries.


Gian Berra and the new paganism in Italy


Free tale in internet:
A tale of Gian Berra in 2012. Hymn to Pan and living roots in all of us ... Witness the Morer, the tree of the blackberries.

Fenola and Morer.

True story in the grave of the Piave, between Ciano and Covolo of Pederobba ....
Where the Piave makes a big loop and turns decisively towards the east, next to Crocetta and Cyan, its banks expand without limit. And 'possible to walk for hours between
stony plains and not meeting anyone. This is why I often go there and among wild grasses and sparse patches of trees can enlarge proud look how far he can go. There
I have limits and so easy to let the memories take the color of the air. Without the fancy patterns and imagine living any possible reality. He dreams and remember, exactly.
If I look to the south the eye is filled by the presence of Montello, long, low hill that keeps me company and framed like a hug the shore of Cyan.
It 'so easy to make road then, tired, I would go to a little refreshed.' So when I arrive at Croda granda, safe ride, and the inn and the very close of Fenola.
In the morning or afternoon, and there is never anyone Fenola is happy to talk. I do the rest in my pocket that I always pay me the shade of red. Sometimes also meeting
Domenico, always distracted and looking annoyed.
When I see him my heart starts to beat because I still hear him tell his story, but I have to wait Fenola is in a good mood. He does not want to hear
for nothing. He is the host and must be respected.
Today is an afternoon of those. Listless and without ideas I'm helping with a boiled egg at the end of Fenola sour wine and look out toward the poplars that shade the banks. A
Once, a little further down there was a large puddle of water, almost a lake, and the road we turned around. On the side approached the hill, the road was only a footpath that ran
for the trees. These formed a forest that mingled with the swamp.
A great Morer solitary steeply from the shore, was the head of all those trees. He grew up with no masters formed only a huge stain.
We walked past a few quiet or indifferent. He called for respect for and obtained without difficulty. The shadow of Morer was a kingdom in itself. And in this world is always dark
Maybe ... that was not a good idea, but sometimes not Menico thought. It is to be led by the wandering thoughts so long as the road no longer existed. He started toward the
serious although the evening now became almost overnight. The coolness of September was just mentioned and the hot air still invited to troubled thoughts.
What to Look For even among those rocks? Restless and inattentive Menico had already forgotten the working day and the darkness he called for no reason. He realized he was far from
when the path of the forest had already covered the evening light. The sudden darkness awoke him from dreaming and let a cold shiver would mark him as a rapid
flash. He slowed his pace, and conscious of his rhythm, he went cautiously to the water.
The sigh as if he realized he could actually hear it ... but just listened the silence left him alone and disappointed. What was that whisper that he could not hear?
Furious at what eluded him, he sat on the sand, between two large oaks, and looking towards the water near the left wandering attention as when he dreamed. He dreamed with the
mind and thoughts were free, but with eyes watching the world from afar. So, deceiving his anger, let go what he saw in himself he felt. Out of the corner
eye he noticed a movement in the darkness to his left. He knew he could not turn his head, he felt that if he did everything would be gone. I just knew.
He let himself be guided by instinct and pretending to look at the swamp, turned her face carefully enough to observe. And then with infinite slowness, trying to hide
its voltage, shifted his gaze with feigned indifference. Under the great Morer a dark lump moved. Not immediately tried to figure out, but he let it out to him the scene: A
thick, hunched figure, bent and stretched, was sitting on top of another figure, supported the huge trunk. Puffs and puffs made tense and agitated manner, and the air felt Menico
awaken the blood. His body could not ignore the desire and already replied to the hidden dream. His neck was pressing into his trousers and demanded attention: Those two
wafted fury of life with muffled screams.
What he was on was too bent over the girl, but was restless and was moaning like a cry almost whispered. She welcomed him hugging him and pulling
toward moving in waves slow and rhythmic.
Then little by little the silence began to dominate the moments. The two were still embraced in one form Menico dark for fear of being seen she also stopped
breathe.
Waves of musk sailed as low air paths between the logs. It seemed that even the trees waiting for the summit which called relief and liberation. But time
seemed never to pass and everything was on hold in tension; Menico lived this as part of what was happening.
 Menico already lost your attention, a vaguely hypnotic sleep numbed him and made it heavy, slow ... I nearly choked when he stood up to be an impressive, with
crooked legs and a hump, shoulders and boundless small head, tried to get in balance. But Menico shuddered when he saw and would not believe. He had the horns: they were
small and curved backward like the goats.
Menico froze like ice. The eyes moved over her and then saw her relaxed, leaning against the great Morer, with legs apart and arms hanging on
hips.
She was white as the moon, smooth and almost transparent. A body immature but eager for life. Her face was delicate, small, round, glowing with blue reflections. Hair
smooth and clear fell to her shoulders. A strand of silver thread between her thighs stood out proud that greeted his eyes.
She looked at the giant with a natural interest, and absorbed him up ... and saw his image Menico.
She did not move his eyes, but saw him. Menico felt itself sciogliesi all will. The endless sea and it seemed clear it was wrapping every thought.
He tried to rebel as a part of himself, wounded, cried out against it.
The heart seemed to burst in his chest and hands clawing the sand. With a painful shot his eyes off her and was immediately captured by the gaze of Him
Eyes of fire, and looked away judged. Then he became hatred. Now he had turned toward him. His hairy thighs framed a sharp pain and exaggerated. Black
in black. The feet were small, almost clogs, and saw a hint of a tail. Even the giant was about to shoot when you took his hairy wrist and held him.
Domenico found himself stuck staring at them both and trembling, finally listened to his fear. He jumped without looking and ran into the street without thinking even more. Overcame of a
jumped the banks lonely and dark. He saw the fields where the corn is dried up, he felt frightened squeaks of sewer rats disturbed. He ran and ran until he found himself
near the house of lords Matiol. Then he sat down behind a pile of hay, and allowed himself to cry without shame.
The moon above consoled him, but it was useless.
Domenico had wet his pants, and now carried within itself the dream of all dreams. He could not go home like this. No he had seen her, and her image was fused to its
cuore.Menico had seen him, and nobody but him would have been more terrible.
 He decided to remain with the moon, at least for that night.

***

Bluette clutched him Bronza. He already furiously clutching the neck of the human in the dream. The old anger and despair without end was already erasing the pleasure
she had given him. But would not allow Bluette Bronza furious, destroying what was coming. Pulled him strong with his hand and led her proud member inside her.
The squeezed and hugged him again with enthusiasm and warmth.
Bronzes felt the fire and ruin, but the heat and moisture deep Bluette erased and used to dilute the tension. He sank to the bottom of her again. He allowed
to his kidneys to sow still life. Its.
It still took him Bluette itself. Again and again ... He lived on his momentum and was enjoying its done.
Then slowly the tension vanished in moments. Any thoughts subsided, and Bronza dropped in the bed of leaves next to you He dreamed with his eyes half closed and the absent
enjoyment of anything. Now, almost happy and contented, let the thread remain beyond the focus of anger and memories. Gave away the thoughts of revenge and blood and
fell asleep.
But she folded her arms across her breasts naked, imagining a cold shiver. The man had seen her and Bronza. This surprised her. Throughout his life he had never wet nymph
noted that humans could see the people of life.
Those arrogant monkeys were blind to the great world.
But the man was a young boy and she had caught his attention. Still had the pleasure of abandonment to Bronza. But the thrill of winning slim
human was sweet as honey. And the honey in the fall was over. Or not?

***

Domenico did not come home that night. He slept in the barn next to the small fountain. Then she showed him busy in the garden of the house. As we were up early. His mother
asked him something, but then thought no more and left him alone.
Instead Menico no longer saw things. What time was it? Where to go? But now what was there to do? And the planed sides of you were there before him and asked to be
petted. The skin of a young girl, bright blue and had no solid form, but he took one of her desire. Her eyes were a slice of the infinite, and begged him to come to worship. His mouth was a little girl to enjoy the fruit ...
The belly Menico was a tension that he wanted. The sex of Menico claimed. And the day did not know anything. He was alone. But tonight he would be back there. Of course you do!
She wanted that life.
The evening of September here on the Piave Ciano, are long and warm and smells of summer still linger in the still air. But a vague sense of unease, hidden
under the crust of the things you see, makes restless hearts. Especially those who want to meet and have to rush to touch and enjoy being there. So
Domenico came almost running to the woods of Morer, but then when she was a few steps hid and listened. Nothing and no one was present. Distant echoes emphasized
silence indifferent to its tension. He went to the sand and Morer said nothing of the memories that he had inside.
He sat leaning on the trunk and slowly let himself be enveloped by darkness. The accepted as part of self and thoughts subsided.
Bluette heard him when he was still hidden on the side of the forest. Floor approached by studying his attention. Still he had not seen it, but it seemed sure of himself: he
hid well his desire. He wanted: a human!
He walked a little and went cautiously dark shadow of an acacia tree, right across the clearing.
And Menico dreaming with open eyes could not see her until a spark lit the hidden part of his right eye and turned on his desire. The heart started, and you
stopped breathing. Her back stiffened and his eyes only knew where to look. He saw her coming out of the darkness as if walking on a cloud. She shone the light
own and looked confident. His arms were falling natural framed by long hair and small breasts but pride is showing. The belly invited to his tuft of
life and her long legs barely moved, slow and safe. He was captured by qurgli eyes. They were drowning in a sea of.
When she was the closest he seemed to enter into the light that enveloped the world and of all time no longer existed.
Words were not necessary and he did not recall ever touching her. But when he came in she was like if you were annulled in the great sea of ​​life and lost its identity
dreaming and enjoying his embrace. He had tried to heaven and wanted nothing more.
He felt its forms and stroked her velvet and each stroke was the sweetest. The pleasure of existence and life was a reality. The humid, in which he moved was the invitation to
an eternity of bliss without end ...
Then her eyes watching him in, let him play with the colors and the infinite. He knew when it ended.
When gradually brought him back the rest of the world. Forded with her near him, he felt no pain detachment. She did not allow his heart to suffer and remained
close until sleep overcame him.

° ° °
Bluette slowly pulled away from the human. Light as a leaf allowed him to remain in the dream that kidnapped and gave him joy. She had captured his heart and he now
was his forever. Now that monkey man had experienced the infinite and his eyes wandered over the fog ever.
She felt within him the strength he had given her with his desire. It tasted different from what Bronza gave her: that she did not know Menico of arrogance. It was quite similar to that of children who have no limits, and dare the game, but they also want to be reassured.
So thanks to the bond she had created, he kept himself in this new flavor. A new color filled her in and Bluette knew he had won.
Then the cold night air Menico awoke, surprised to find that there are listlessly dressed. He saw the moon, and the darkness around him was like a velvet blanket. She was gone. But it was as if he were still with him. The inside felt like a conquered thing. He made her his.
A part of him wanted it touching, and even look into my eyes, but knew that would not come. He touched the sky and things would never be the same.
Domenico went sadly toward Cyan. Now the eyes could see the shadows of the trees almost alive, and away he noticed strange reflections on Montello darting over the forest. He felt the
owl call, and for the first time he felt no discomfort, and indeed wanted to reply to the salutation. This was enough to give him a little heat.
Menico felt the world go around him, and this feeling filled him and comforted him ...
Domenico was no longer alone.

° ° ° °

Some years later, in a September afternoon, Fenola was restless. It was always when they came to his inn Menico and Gian. Those two looked like they could agree. And they were always in the oddest times. What day is today? Already today, and tomorrow is Friday the tourists start arriving from Treviso and Venice. They are the ones that fill the inn every weekend. If Fenola had to rely on the inhabitants of Cyan or Covolo, he would have already closed the tavern.
He sees in the distance that the two greet each other: Menico back to Cyan and Gian sets off down the grave, to Covolo. Already, there Menico Among Fenola and an old rust ...
Fenola remember that time when his father, a year before he died and that left the tavern for an inheritance, he wanted to cut the big tree of the blackberries for its wood. He called two of his friends to help him.
They cut down the trunk with great toil and sweat, but the wood lasted long. Remember that when Menico heard about it, ran the inn screaming that they had done something
disgusting. It was the first time I saw Menico angry, red-faced. It seemed crazy, and then he started crying like a baby! Before his mother and then also
others present had comforted offering him a hint of red wine and a sandwich with anchovies. Then Menico calmed down and no more was said. Domenico had never married and lived alone
on the banks, but at least once a week was the inn. But for the tastes of Fenola was too dazed. Now, however, was to prepare the inn for the end
week ...
Already. I know that I'll spend time to call for going into old stories. But I hasten to add that surely someone has seen. No one wants to speak and ashamed. But I
does not matter. I want to say this at least once here that nobody knows me and although I take to be mad not give a damn.
It is said that a dark shadow occasionally shoots where there was once a large tree of the blackberries.
The shadow is black and large, also appears to have horns and a tail. Has anyone seen the eyes of that monster are red and full of fury and anger.
Who has seen the devil in that place we came back.

© 2012 Gian Berra












Gian Berra hippie in 1972




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