Rabbia e amore del popolo veneto nelle nuove poesie di Gian Berra


Poesie di rabbia e amore nascoste nell'anima del popolo veneto
scritte da Gian Berra nell'autunno 2014




Quando si renderanno visibili le emozioni nascoste del popolo veneto?
La mia merda è mia!


Merda da portare a casa.

E' lunga tornare da Vicenza,
dopo il mercato.
Tutta strada a piedi
a camminare sull'argine
per non farti prendere sotto
da quelli che hanno fretta.
Tutti corrono avanti e
non ti vedono per niente.
Quanta gente, quanta roba.
Hai bevuto due ombre?
Hai assaggiato mezzo uovo con l'acciuga?
Che bel chiacchierare, e non spendere soldi.
Che bello vedere che il mondo cammina.
Ma lei spinge, ostia se spinge.
Sembra quasi che scoppia fuori.
Camminare mi ha mosso dentro.
Potrei andare là in mezzo alle pannocchie.
Ma no, io non gli faccio questo regalo
a chi che non conosco.
Io tengo duro che quasi mi vien da piangere.
La mia merda, è mia,
e non la mollo per niente.
Io sono furbo.
Arrivo a casa prima che fa scuro
e la faccio sul mio campo.

Gian Berra 2014




Quando il popolo veneto riconoscerà il diavolo
che è il simbolo del leone di san Marco?

Veneto, guarda basso!

Guarda là!
Attento al sasso,
guarda la buca
che inciampi
da te solo.
Guarda chi arriva là
in fondo alla strada!
Chi è quel bel signore
vestito bene?
Sembra il padrone della fabbrica?
O somiglia forse al direttore della banca?
Che sia il notaio?
No dai, sembra il segretario del comune,
ma no, dai assomiglia a quello che riscuote le tasse,
quello che è anche amico del sindaco.
Maria santa, che brividi,
fa che non mi veda.
Abbassa gli occhi, svelto!
Guarda per terra,
e fa finta di niente
e nasconditi
come se fosse un carabiniere.
Salutalo svelto, con susseguo,come quando
tu saluti il prete.
Fagli quasi un inchino, e un po' di sorriso.
Questo uomo importante ti guarda appena,
da sopra alto
e sembra che ride di te.
E dopo anche tu ridi,
felice che lui non ti ha mangiato.
Dopo, inghiotti giù
la vergogna che ti brucia il cuore
e la pancia.
Svelto. Va a berti un'ombra,
spera sulla bandiera con il leone,
e con quella copri la tua paura,
e non pensarci più.

Gian Berra 2014






Filo d'erba.

Berto ha un po' di tempo,
si ferma sul ciglio e tira il fiato
e si appoggia al manico della scure.
E gli viene voglia di una cicca.
Guarda giù sul paese,
e mira le nuvole lontane e l'aria
pare gli dica che manca poco
a che venga giù la neve.
Dopo si accorge che ha finito
le cicche.
Allora fa un passo più avanti,
vede un po' di erba secca
e ne prende un filo più lungo degli altri.
Lo tira su e se lo mette in bocca.
Lo sente coi denti e la lingua.
Gli pare di sentire un gusto di una volta.
Un sapore di secco, di vecchio
che gli calma i pensieri.
Gli pare di succhiare come quando
era un bambino piccolo, quando qualcuno
lo custodiva con amore.
Anche lui ha custodito bene la sua famiglia,
ma adesso tutti i suoi figli vanno via
per il mondo.
Adesso, pensa con un po' di disagio,
cosa fare per riempire
il domani.
Ma il filo d'erba gli accarezza la lingua
e gli fa scappare un'altra volta
i pensieri.
Berto si tira dritto
e dopo fa un lungo respiro.
E' questa la vita? Si domanda.
Ma le stagioni passano e non gli domandano
il permesso.
Berto ha scoperto che basta
rubare un filo d'erba di nascosto,
per vivere,
e non pensarci più.

Gian Berra 2014


La caccia agli uccelletti come miseria dell'anima
sconfitta del popolo veneto


Polenta e uccelletti.

Vito porta a casa, contento
venti uccelletti dopo una mattina di caccia.
La sua donna Maria lo guarda
arrivare a casa con questa aria di trionfo.
Lei si asciuga le braccia e si aggiusta il grembiule.
Le conviene far un buon viso al suo uomo,
dargli soddisfazione, perché lui ne avrà
tanto poca dalla sua vita.
Per lei le cose belle sono di aver almeno dei figli sani,
e mangiare tutti i giorni.
Ma anche di vederli tutti mangiare di gusto.
Maria si siede sullo sgabello, fuori
vicino all'orto.
Leva loro le penne, uno per uno, agli uccelletti.
Sono troppo piccoli, ma sono venti.
Dopo con la forbice, apre la pancia a tutti
e li pulisce dentro.
Dopo con la punta di ferro
cava loro gli occhi e aggiusta le zampette.
Tutti nudi sembrano ancora più piccoli.
Gli uccelletti vanno cotti in umido,
con tanto sugo. Maria sa come fare.
Le sue figlie intanto girano la polenta.
Vito non guarda queste cose, lui è fuori
e si fuma una cicca.
Adesso guarda il mondo,
come se fosse lui il padrone
di tutto.


Gian Berra 2014


Altre poesie aggiunte a maggio 2015




6
La Gineta la sanguena.

Su, la in zima
tacà san Mauro
la istà la sé longa
a segar erba su le erte.
Varnar do vache e le pievore.
Su e do par i prà la Gineta
tut al di a starghe drio ale bestie.
Dopo quande che la torna sul cason
so mare la ciama par tor na secia de acqua su la posa.
Ela la scolta so mare, la torna co la secia
che ghe pesa sul braz.
La Gineta la sé na toseta che cress
co belezza e alegria.
La torna de corsa sui camp,
ma la se sent straca.
De colpo un gran mal, e dopo na debolezza.
La se sent bagnada e la ciapa paura.
La se toca la panza e la taca a criar
a ciamar so mare.
Spasemada la se presenta co tanta vergogna
e la piande desperada.
So mare la varda, dopo la cria:
Bestia! Tut quel sangue!
Vien qua che te nete.
La la despoia entro la cusina, 
la trà sun canton la cotoleta e le mudandine.
Dopo co an poca de acqua la ghe lava
la panza e pi in sot.
Tu podea spetar a farme sta novità!
La urla so mare.
La Gineta la tase, parchè sta colpa la sè tuta soa.
No la sa cossa dir; nissuni gha dito
mai gnente a ela de sta roba.
La sa solamente che da anquoi,
anca ela la sé na femena.

Gian Berra 2015


La Gineta sanguina.

Su in cima,
vicino san Mauro
l'estate è lunga
a falciare erba sulle salite.
Custodire due mucche e le pecore.
Su e giù per i prati la Gineta
tutti i giorni a star dietro alle bestie.
Poi, quando lei torna al casolare
sua madre la chiama per portarle 
un secchio d'acqua dal pozzo.
Lei ascolta sua madre, e torna con un secchio
che gli pesa sul braccio.
La Gineta è una ragazzina
che cresce con bellezza e allegria.
Lei torna di corsa sui campi,
ma si sente stanca.
Di colpo un gran male, poi una debolezza.
Si sente bagnata e prende paura.
Si tocca la pancia e si mette a gridare
e chiamare sua madre.
Spaventata si presenta con tanta vergogna
e piange disperata.
Sua madre la guarda e dopo le grida:
Bestia! Tutto quel sangue!
Vieni qua che ti pulisco!
La spoglia dentro la cucina,
butta in un cantone la gonnella e le mutandine.
Poi con un po' d'acqua
le lava la pancia e più sotto.
Potevi aspettare a farmi questa novità!
Le urla sua madre.
Gineta tace, perché questa colpa è tutta sua.
Non sa cosa dire, nessuno le ha detto
mai niente di questa roba.
Lei sa solamente che da oggi
anche lei è una donna.

Gian Berra 2015



7
Rosina la magna rancor.

Là de sot san Mauro
mi e la Rosina speton quel de la botega
che al passa col camion tuti i mercore
a portarne al magnar.
Sentadi sul muret de la Rita, noi se varda do.
La val la sé un spetacolo,
de sot le case, tacà Feltre
le par un presepio.
Lontan le montagne le par naltro mondo
che vol contar storie bele.
Rosina, mi ghe dighe, varda che bel!
Ela la strenze i oci, no la ol parlar.
Ma la me varda sui oci, dopo la dis: No, no sé bel.
Cussì i me oci ghe fa na domanda.
La Rosina la taca co fadiga a parlar.
Dopo Par che le parole le vegna fora ele sole,
squasi titade con un spago:
Me mare, quande che ghe ho dita che mi 
olea sposarme, la me gha dito che se mi ndave fora de casa
no dovea pi farme vedar da ela.
Dopo col me om gho patio la mancanza de cor
dei nostri omeni. No sé colpa soa, ma lori i sé fati
a sta maniera.
Son tornada solamente na olta da me mare,
ma ela la me gha dito: rangete.
Dess che gho otanta ani, lu a le mort par malatia,
ma anca par al vin.
Son tornata dopo tanti ani su la me caseta qua
in montagna. 
Pi nissuni a l'è ncora vivo de quei che conosseve.
Tuti seradi in casa, i me varda come se i spetasse
che more anca mi.
Ma se mi no me presente in cesa,
dopo i me varda co oci de fogho.
Chi mai ghalo rovinà sta zente?
No i sa de viver su un paradiso?
Cossa mai al  gha serà la porta del so cor?
La Rosina dess la tase, gnanca la speta
la me risposta. 
La ga capio che mi go capio.
Dopo la se leva dal muret, no la ol pi spetar
quel de la botega.
La me saluda coi oci, e la camina via
col baston darente casa soa.
Co chi mai La Rosina pol inrabiarse?
Mi varde al sol che va do
pena drio al campanil.
Par che lu al ghe risponda,
e al parla par ela.

Gian Berra 2015


TRADUZIONE



Rosina mangia rancore.

Là sotto san Mauro
io e la Rosina aspettiamo quello della bottega
che passa col camioncino tutti i mercoledì
a portarci il mangiare.
Seduti sul muretto della Rita, noi guardiamo giù.
La valle è uno spettacolo,
sotto, le case vicino a Feltre
sembrano un presepio.
Lontano, le montagne sembrano un altro mondo
che vuole raccontare storie belle.
Rosina, le dico, guarda che bello!
Lei stringe gli occhi, non vuol parlare.
Dopo sembra che le parole le vengano fuori da sole,
quasi tirate con uno spago:
Mia madre, quando le ho detto che 
volevo sposarmi, mi ha detto che se volevo andare
fuori di casa, non dovevo più farmi vedere da lei.
Poi col mio sposo ho patito la mancanza di cuore
de nostri uomini.
Non è colpa sua, ma loro sono fatti 
in questa maniera.
Son tornata solo una volta da mia madre,
e lei mi ha detto: Arrangiati.
Adesso che ho ottanta anni, lui è morto di malattia,
ma anche di vino.
Son tornata dopo tanti anni alla mia casetta
qua in montagna.
Più nessuno è vivo di quelli che conoscevo.
Tutti chiusi in casa, mi guardano come 
se aspettassero che muoia anch'io.
Ma se non mi presento in chiesa,
dopo mi guardano con occhi di fuoco.
Chi mai ha rovinato questa gente?
Non sanno di vivere in un paradiso?
Cosa mai ha chiuso la porta del loro cuore?
Adesso la Rosina tace, 
neanche aspetta la mia risposta.
Lei ha capito che anche io ho capito.
Dopo si leva dal muretto, non vuole più aspettare
quello della bottega.
Lei mi saluta con gli occhi, e cammina via
col bastone vicino a casa sua.
Con chi mai la Rosina può arrabbiarsi?
Io guardo il sole che va giù
appena dietro il campanile.
Sembra che lui le risponda,
e parli per lei.


Gian Berra 2015





8
Sciupa fora Meno!


Meno al sé tornà casa dala guera granda
e dess al varda de tornar a vivar.
Al gha catà la so femena 
un poc straviada,
ma quande che ela la lo gha imbrazzà
co calor ormai desmentegà,
A Meno se gha scaldà l'anema.
Da lora sé passà do mesi
e fursi ela la sé piena.
Anca a lu par che al ghe pesa de maco al cor.
Meno gha taca a no vergognarse pi
a 'ndar fora par i camp,
e gnanca a catar quei che sé 'ncora vivi
entro a la ostaria.
Nissuni vol parlar del disio
che tuti lori i gha patio.
Ma entro la testa continua a remenar
al dolor de tornar a vedar l'inferno
che tuti i gha vissuo.
Copar omeni, xelo al destin
de noialtri? E dopo sertir dirne che sta roba
al sé nostro dover.
E patir tuta sta disgrazia come se la fusse
na roba bona. Quei che ne comanda,
i ne remena la vita come e pedo
che bestie.
Ma nissuni parla de sta question, parchè
noialtri semo servi e ne toca taser.
Meno dess al zapa al camp,
e quande che al se ferma al se sciupa sule man,
dopo al varda i confin de la so tera
e al sciupa do par dir che fin là
al comanda lu.
Col torna casa al xé scur, 
e sula piazza
no ghe sé nissuni. 
Meno al se cata darente le case dei so paroni. 
Dess anca lu  al cata coraio e al taca a sciupar 
sula porta del sindaco e dela banca.
Dopo co pi coraio 'ncora sula porta del prete,
dopo su quela dela caserma.
Meno dess al gha la boca seca,
Al so cor sé galo netà de tuta la rabia?
Meno al varda vanti.
Nol se oltarà pì indrio.

Gian Berra 2015


TRADUZIONE


Meno, sputa fuori!

Meno torna a casa dalla grande guerra
e adesso cerca di tornare a vivere.
Ha trovato la sua donna
un po' stralunata,
ma quando lei lo ha abbracciato
con calore dimenticato,
a Meno si è scaldata l'anima.
Da allora sono passati due mesi
e forse lei è incinta.
Anche a lui pare gli pesa meno il cuore.
Meno comincia a non vergognarsi più
ad andare fuori per i campi,
e nemmeno a cercare quelli che sono ancora vivi
dentro la osteria.
Nessuno vuol parlare del disastro
che tutti hanno patito.
Ma dentro la testa continua a tormentare
il dolore di tornare a vedere l'inferno
che tutti hanno vissuto.
Uccidere uomini, è questo il destino
di noialtri? E dopo sentire dirci che questa roba
è il nostro dovere.
E patire tutta questa disgrazia come se fosse
una cosa buona. Quelli che ci comandano,
ci tormentano la vita come e peggio
che bestie.
Ma nessuno parla di questa questione, perché
noi siamo servi e ci tocca stare zitti.
Meno adesso zappa il campo,
e quando si ferma, si sputa sulle mani,
dopo guarda i confini della sua terra
e sputa giù per dire che fino là
comanda lui.
Quando torna a casa è scuro,
a sulla piazza non c'è nessuno.
Meno si trova accanto alle case dei suoi padroni.
Adesso anche lui trova il coraggio
e comincia a sputare sulla casa del sindaco
e della banca.
Dopo, con più coraggio ancora,
sulla porta del prete.
e dopo su quella della caserma.
Meno adesso ha la gola secca.
Il suo cuore si è liberato da tutta questa rabbia?
Meno guarda avanti.
Non si volterà più indietro.

Gian Berra 2015




Loro ci guardano, nulla è cambiato da allora in Veneto. Ma sotto la crosta un fuoco antico mantiene vive le radici. 




9
Paron de tuto.

Anca sta matina
al sé gha cavà su dal let
co na piera sula testa.
Al se grata sot ai bras,
al se sitema l'osel
e al fa na corsa sul cesso
pena la do in fondo al coridor.
Ogni olta che al va al cesso de sora,
al sente l'orgoglio che solamente lu al gha
do cessi in casa.
Na ociada fora dala finestra la ghe dis
che anca anquoi ghe tocarà laorar
a ciavar schei a quei che no i ol laorar.
Par lu.
Che fadigha far laorar i altri.
Ma lu al sa come far: Ghe basta magnaghe l'anema
tuti i dì. Na olta che ti tu i gha spasemadi, medo laoro xe fato.
Faghe capir che se no i gha la to firma, no i pol 
'ndar vanti.
Dopo dighe che no basta, parché le regole
le vien da lontan. 
Mi no gho colpa!  Diseghe, ma bisogna essar seri.
Ma lu xe furbo, al sa ben che ste regole le xe
fate par far morir la zente.
Sto omo che comanda, al sa ben che lori 
i cercarà de sconderse. Cossita al gha scoverto la maniera
de farli sentir in colpa par sempre.
Chi che sa de sbagliar, al sarà par sempre 
al to servo.
Lu al se mete ogni dì al vestio pi bel,
dopo al se profuma. Al camina co calma e equilibrio
come che dovaria far tuti quei no gha bisogno.
Xé ai altri che gha toca corar.
Al se varda in giro tento a no fissar nissuni,
par che i so oci i varda qualcossa da drio de ti.
Che al  me varda mi? Cossa salo? Ti tu pensa
nel sentir i so oci.
Ma lu no te lo dirà mai. Massimo al te farà
un soriso senza mostrar i dent.
E dopo al vardarà oltra.
Quande che al va entro la ostaria,
tuti lo saluda, qualcheduni co pì coraio
al ghe mola un schezo co le parole.
Tuti fa un soriso co giudizio, sanza 
slarghar massa la boca.
Nol se senta suito, par che al sia là
par scherzo, par zugo.
Dopo al oste al ghe dise: Al so café, sior.
Lu no lo beve suito, al gha da dar n'altra 
ociada svelta ala aria che ghe sta intorno.
Par che al zerche qualchiduni, e lo cata suito
coi oci.
Basta quatro ciacole parché
la ostaria torna normal.
Ma nel mentre che al ciacola, al gha
suito notà la in fondo i polastri
de anquoi. I xe là in fondo, spasemadi.
No i gha al coraio gnanca de parlar,
i se vergogna.
Ma entro le scarsele i gha fracà le carte
da farghe vedar. Tuti lori i lo varda pena
coi oci strachi de chi nol gha pace.
Lu, dess al ride entro la so testa,
che gusto laorar par iutar i altri.
Anca lu al se straca a laorar par sta zente.
In cambio de sto sforzo, lu al gha da magnanrghe
solamente un tocheto
de la so anema.

 Gian Berra 2015

TRADUZIONE.


Padrone di tutto.

Anche stamattina
si è alzato dal letto
con una pietra sulla testa.
Si gratta sotto le braccia.
si sistema l'uccello
e fa una corsa al cesso
appena là in fondo al corridoio.
Ogni volta che va al cesso di sopra,
sente l'orgoglio che solamente lui
ha due cessi in casa.
Una occhiata fuori dalla finestra gli dice
che anche oggi gli toccherà lavorare
a fregare soldi a quelli che non vogliono
lavorare per lui.
Che fatica far lavorare gli altri.
ma lui sa come fare: Gli basta mangiarli
l'anima tutti i giorni. 
Una volta che li hai spaventati, 
mezzo lavoro è fatto.
Fagli capire che non hanno la tua firma,
non possono andare avanti.
Dopo digli che non basta, perché le regole
vengono da lontano.
Io non ho colpa! Dillo a loro,
Ma bisogna essere seri!
Ma lui è furbo, sa bene che le regole 
sono fatte per far morire la gente.
Questo uomo che comanda sa bene che loro
cercheranno di nascondersi. Così ha scoperto
la maniera di farli sentire in colpa
per sempre.
Chi sa di sbagliare, 
sarà sempre il tuo servo.
Lui si mette ogni giorno il vestito più bello,
Dopo si profuma. 
Cammina con calma e equilibrio
come dovrebbero fare tutti quelli 
che non hanno bisogno.
Sono gli altri che devono correre.
Si guarda in giro, attento a non fissare nessuno,
Sembra che i suoi occhi 
guardano qualcosa dietro di te.
Che mi guardi me? Cosa sa?
Tu pensi nel sentire il suo sguardo.
Ma lui non te lo dirà mai, al massimo
ti farà u sorriso, senza mostrare i denti.
E dopo guarderà oltre.
Quando lui entra nella osteria
tutti lo salutano, qualcuno con più coraggio
gli tira uno scherzo con le parole.
Tutti fanno, con giudizio, un sorriso,
senza allargare troppo la bocca.
Non si siede subito, sembra 
che lui sia là per scherzo, per gioco.
Dopo l'oste gli dice: Il suo caffè, signore.
Lui non lo beve subito, deve dare un'altra
occhiata svelta all'aria che gli sta attorno.
Pare che cerchi qualcuno, e lo trova subito
con gli occhi.
Bastano quattro chiacchiere perché 
l'osteria torni normale.
Ma mentre lui parla, ha notato in fondo
i pollastri di oggi.
Sono là in fondo, spaventati.
Non hanno nemmeno il coraggio di parlare,
si vergognano.
Ma dentro le loro tasche hanno nascosto
le carte da fargli vedere.
Tutti loro lo guardano appena
con gli occhi stanchi che non hanno pace.
Lui adesso ride dentro la sua testa.
Che gusto lavorare per aiutare gli altri! Pensa.
Anche lui si stanca a 
lavorare per questa gente.
In cambio di questo sforzo, lui mangerà
a loro,
solamente un pezzetto
della loro anima.

Gian Berra 2015



10
Miro, te gho robà al cor

Miro, amor mio, mi te pense si,
ma no tel dighe, no!
Co tu camina su par vegnar
a catarme,
varde la to schena dreta.
Che bei braz, che man forte
che se poia sula me schena
quande che tu me tira rente
par un baso.
Miro, mi fae par finta de no vardarte
sui oci, 
no voi farte pensar
che mi te voi un gran ben.
No so parchè, ma me se desfa
al fià, quande che pense
al to coraio de vivar
da mascio.
Miro, mi te vardave ben prima 
che ti
tu vardasse mi.
Miro, dime che ti te me vol ben,
ma so anca quanta fadigha
par un omo, xe verderse al cor.
Co ti tu me varda tuta, mi sconde
i sgrisoi ai to oci.
Ma no scampe via, ma 'gnanca
vegne vanti.
Sot la pel mi sente la to voia,
e quande te son tacada, al to cor
al canta la to forza, e anca
là de sot se sveia al  to desiderio.
Gho paura de far sto pass,
ma anca me par de sognar
al pi bel destino de na femena.
Speta Miro, speta 'ncora un poc.
Noialtre ne toca fermarse prima, par no pentirse
dopo, quande che al paradiso
al gha verto le porte.
Varde de scondion, la to boca.
La ride? Ma anca la xé un pocheto furba.
E quande che no la pol sconder
la  to delusion, la vede co un poca de rabia sconta.
Ma mi pense, Miro, amor mio, quande che ti
gavarà avuo tuto...
Savarò mi a soportar  'ncora la to rabia
de no aver poduo aver,
'ncora de pì?

Gian Berra 2015

TRADUZIONE



10
Miro, ti ho rubato il cuore

Miro, amore mio, io penso si,
ma non te lo dico, no!
Quando vieni su, a trovarmi.
guardo la tua schiena dritta.
Che belle braccia, che mano forte
che si appoggia sulla mia schiena
quando mi attiri vicino
per un bacio.
Miro, io faccio finta a non 
guardarti negli occhi,
non voglio farti pensare
che ti voglio un gran bene.
Non so perché, ma mi manca il fiato
quando penso al tuo coraggio
di vivere da maschio.
Miro, ti guardavo ben prima
che tu guardassi me.
Miro, dimmi che mi vuoi bene,
ma so anche quanta fatica é
per un uomo aprirsi il cuore.
Quando mi guardi tutta, io nascondo
i miei brividi ai tuoi occhi.
Non scappo via, me nemmeno vengo avanti.
Sotto la pelle sento 
la tua voglia,
e quando ti sono vicino, il tuo cuore
canta la tua forza, e anche là sotto
si sveglia il tuo desiderio.
Ho paura di fare questo passo,
ma anche mi sembra di sognare
il più bel destino di una donna.
Aspetta Miro, aspetta ancora un poco,
A noialtre ci tocca fermarci 
per non pentirci dopo,
quando il paradiso ha aperto le porte.
Guardo di nascosto la tua bocca.
Ride lei? Ma anche è un pochino furba.
E quando non può nascondere
la tua delusione, la vedo con un po'
di rabbia nascosta.
Ma io penso, Miro, amore mio, quando
avrai avuto tutto...
Saprò io sopportare ancora la tua rabbia
di non aver potuto avere,
ancora di più?

Gian Berra 2015




11
No piander Piero

le femene del cortivo
le xe vegniste suito l'altra matina e
le ha corest su par le scale.
Dopo le se xe serade entro la camera.
Nissun omo podea 'ndar su de sora.
Dopo le gha ciamà al prete, anca se no
ghe xera bisogno.
Dopo xe rivà quei co la cassa e
la gha poiada là de sot.
Quande che lore le gha portà
de sot la Pineta, ela la xera vestida
come da festa.
I la gha pareciada entro sta cassa, e dopo i omi
i la gha portada sul cortivo.
Sot la ombria, tuti quei de Riva grassa
i xe 'ndati rente a saludarla.
I amighi de Piero i lo gha ciapà
pai braz, e no i lo assea pì  da lu sol.
Lori i lo vardea sui oci,
come par dirghe: Coraio.
Piero 'ncora, con na aria scaturada,
nol sa che xe vero qual che al vet.
Ghe par de no saver pì caminar.
Ma al se poia ai so amighi.
La Pineta, la so femena, xe morta,
ma lu no gha 'ncora capio ben
sta roba.
Al se sent la gola stropada,
e un calt che ghe brusa sot al cor.
I so oci par che i vol sciopar,
na lagrema la par gner fora
de scondion.
Ma al so amigo, quel pì caro
lo varda procupà.
No piander Piero, par che al diga.
Piero al tira su col nas, 
e al varda lontan su la aria
do in fondo.
I omi no i pol piander, Piero.
Inciuca do sta emozion,
fa la to figura, che tuti i te varda.
Dopo al funeral, Piero al torna a casa
compagnà da qualcheduni.
Al gira par la cusina, nol vol 'ndar in let.
Dopo al versa un bicier de vin
e lo vede come no lo gha vardà mai.
Nol gha voia de impizar al fogo sul larin,
e intant che al pensa, la gata
la ghe gnen sui piè.
A ela ghe basta saver, che la gha compagnia.
Piero dess al piande da lu sol,
anca se co poche lagreme.
Dopo al se poia su la tola e 
al cala dò la testa.
Al pensa ai so fioi che laora lontan.
Doman al ghe mandarà par posta
la fotografia che i gha fato 
ala Pineta entro la cassa.
Che almanco i la veda,
par la ultima olta.
Dopo al cor ghe dis: Basta.
Al ciapa sonno là,
senza far sogni.

Gian Berra

TRADUZIONE

11
Non piangere Piero.

Le donne del cortile
sono venute subito l'altra mattina
e sono corse su per le scale.
Dopo si chiuse dentro la camera.
Nessun uomo poteva andare di sopra.
Dopo hanno chiamato il prete, anche
se non ce n'era bisogno.
Dopo sono arrivati quelli con la cassa
e la hanno appoggiata là di sotto.
Quando loro la hanno portata
di sotto, la Pineta era vestita
come da festa.
La hanno messa dentro la cassa
e gli uomini la hanno portata
sul cortile.
Sotto l'ombra, 
tutti quelli di Riva grassa
le sono andati vicino 
a salutarla.
Gli amici di Piero, lo hanno preso 
per le braccia, e non lo 
lasciavano più solo.
Lo guardavano sugli occhi
come a dirgli: Coraggio.
Piero ancora,con un'aria stralunata,
non sa se è vero quello che vede.
Gli pare di non sapere più camminare.
Ma si appoggia ai suoi amici,
La Pineta, la sua donna, è morta,
ma lui non ha ancora capito.
Si sente la gola chiusa,
e un caldo che gli brucia
sotto al cuore.
I suoi occhi paiono vogliano scoppiare,
una lacrima sembra uscire
di nascosto.
Ma il suo amico, quello più caro
lo guarda preoccupato.
Non piangere Piero, sembra che dica.
Piero tira su col naso,
e guarda lontano sull'aria
là in fondo.
Gli uomini non possono piangere, Piero.
Inghiotti giù questa emozione,
fai la tua figura, che tutti ti guardano.
Dopo il funerale, Piero torna a casa
accompagnato da qualcuno.
Gira per la cucina, non vuole 
andare a letto.
poi si versa un bicchiere di vino
e lo guarda come non lo hai mai visto.
Non ha voglia di accendere il fuoco
sul camino,e mentre pensa
la gatta gli viene sui piedi.
A lei basta sapere che ha compagnia.
Piero adesso, piange da solo
anche se con poche lacrime.
Poi si appoggia alla tavola
e cala la testa.
Pensa ai suoi figli che 
lavorano lontano.
Domani manderà loro, per posta
la fotografia che hanno fatto
alla Pineta dentro la cassa.
Che almeno la vedano,
per l'ultima volta.
Dopo il cuore gli dice: Basta.
Prende sonno là,
senza far sogni. 

Gian Berra 2015




12
Dir al rosario co me nona Maria e le so amighe de Milies. Ano 1955. 
Lora passave le istà a Milies de Segusin. Là su qual posto la messa in cesa i la fea na domenega si e una no, e solamente de istà. Ma anca i la saltea. Ma sta roba no la iera un problema. Le vecie del posto le gavea la ciave dela ciesa, e ogni tant le 'ndea là pregar a netar fora la polvera.
Ma lore tute le gavea un modo soo de ciamar al Divino. Al rosario xera al so rito privato. No ghe iera bisogno del prete par ciacolar co la Madona o col Creator.
Qualche olta inter la ceseta de Milies, ma squasi sempre sul cortivo o in cusina. Sul tardi, specie de sera me nona la ciapea na carega, e mi suito tacà de ela. Dopo la caressava al rosario co le man e la tachea a dir ste parole misteriose. Suito, me pareva de perdar temp. Ma dopo sta nenia fora dal temp, squasi la me fea ciapar sonno. Parea de essar su un alto mondo, e mi ghe rispondeve in automatico. I pensieri i xera scampadi tuti no se sa onde. Dopo quande che me nona la tasea, mi me sveiave come liberà de qualcossa che no saveve.
Anca me nona Maria la parea pì bona, e dopo tuti se vardava al mondo come se al fusse na roba nova.
Quante olte gho sercà sta sensazion. Che fadigha catarla, ma me basta pensarghe un poc, par sentir che le emozion le se calma. Che gran regalo nonna Maria ti me gha fato!
Grazie per stò tesoro, nonna Maria.
Gian Berra 2015
TRADUZIONE

Dire il rosario con mia nonna Maria e le sue amiche a Milies. Anno 1955.

Allora passavo le mie estati a Milies di Segusino. Là in quel paesino la messa in chiesa la facevano una domenica si e una no. E solamente d'estate. Ma a volte la saltavano. Ma questo non era un problema. Le vecchie del posto avevano la chiave della chiesa, e ogni tanto andavano li a pregare e pulire la polvere.
Ma avevano un modo tutto loro per chiamare il Divino: Il rosario era il loro rito privato. Non c'era bisogno del prete per chiacchierare con la Madonna o con il Creatore. Qualche volta nella chiesetta di Milies, ma quasi sempre sul cortile o in cucina, mia nonna prendeva una sedia, e io ero subito accanto a lei. Dopo lei accarezzava il rosario con le mani e cominciava a dire quelle parole misteriose. Subito a me pareva di perdere tempo. Ma dopo, questa nenia fuori dal tempo, quasi mi faceva prendere sonno. Sembrava di essere in un altro mondo, e io le rispondevo in automatico. I pensieri erano scappati tutti non si sa dove. Dopo, quando la nonna taceva, io mi svegliavo come liberato da qualcosa che non sapevo cosa.
Anche mia nonna Maria sembrava più buona,e dopo tutti guardavamo il mondo come se fosse una cosa nuova.
Quante volte ho cercato questa sensazione. Che fatica trovarla. Ma a me basta pensarci un poco, per sentire che le emozioni si calmano. Che gran regalo che mi hai fatto nonna Maria!
Grazie per questo tesoro, nonna Maria Stramare.
Gian Berra 2015








13
In tel 1968  mi ere 'ncora un bocia che squasi gnent savea del mondo. Mariet a me disea che ghe iera zente che 'ndea fin a Mestre a comprar l'amor dale femene. Par noialtri  invenze al pi bel sogno xera de 'ndar fin su a Busche a catar tose, scoltar al juke box e sognar na strucada.

Femene da comprar

Lora, là pena de sot le montagne 

No i xera i zoveni che 'ndea
su la ostaria ala Pesa. A lori ghe bastea balar col juke box
su la stanza da drio. Dopo tuti scampar su a Busche
al dancing 'ndove tute le tose de Feltre
cercava un omo che i le portasse
via dala montagna.

No i xera gnanca i pì veci
che 'ndava sula ostaria da Sbrek
a contarsela e bere ombre, e parlar sporco,
anca dele femene.

No, mi parle de 'naltra razza de omi che faseva sconto
e i taseva.
Tra de lori i se conosseva tuti. I se parlea coi oci
e co la boca serada streta. Dopo i se catava co quei
de Valdobiadene:
Sabo che vien 'ndoni do a Mestre?
E i so oci pareva i se sgrandava. 'Ndar a comprar
femene, sconti sula not, che nissuni podea saver.
Sto desiderio de conquista, de poder sfogar
sta voia de vero mascio. Un diritto
de essar liberi, finalmente
de essar come un vero paron.
De poder comandar, de pretendar.
Coi schei se compra tuto i disea.
E dopo co granda sodisfazion, sentirse a posto
par 'naltra setimana. 
Ma mai ghe bastava sta voia canchera
che ghe brusava drento.
Co sti oci i vadava anca le femene
che 'ndea al marcà de Valdobiadene:
Sentadi al cafè Commercio i slongava i oci
co far da esperti. Dopo i pesava, i fissava 
a boca streta
le meio done che rumava sui banc.
Quela? Quelaltra? Si la conosse, si
Anca mi!
Al temp al passava, e anca lori tuti.
Dess i sogna ancor un amor che no gha nome.
Venduo a peso,
al sa solamente
de schei.

Gian Berra 2015

 TRADUZIONE

Nel 1968 ero ancora in ragazzo che quasi niente sapeva del mondo. Mariet mi diceva che c'era gente che andava fino a Mestre a comprare l'amore dalle donne. Per noi invece il più bel sogno era di andare fino a Busche a trovare ragazze, ascoltare il juke box e sognare di ballare stretti.

Femmine da comprare

Là, appena sotto le montagne

Non erano i giovani che andavano
alla osteria alla Pesa. A loro bastava
ballare col juke box, sulla stanza di dietro.
Poi scappare tutti a Busche, al dancing
dove tutte le ragazze di Feltre
cercavano un uomo che le portasse
via dalla montagna.

Non erano neanche i più vecchi
che andavano alla osteria da Sbrek
a contarsela e bere vino, e a parlare sporco,
anche di donne.

No, io parlo di un'altra razza di uomini
che facevano le cose di nascosto
e tacevano.
Tra di loro si conoscevano tutti. Si parlavano con gli occhi
e con la bocca chiusa stretta. poi loro si trovavano con quelli
di Valdobbiadene.
Sabato prossimo andiamo a Mestre?
E i loro occhi si illuminavano. Andare a comprare
donne, nascosti nella notte, che nessuno poteva sapere.
Questo desiderio di conquista, di poter sfogare
tale voglia di vero maschio. Un diritto
di essere liberi, finalmente
di essere come un vero padrone.
Di poter comandare, di pretendere.
Con i soldi si compra tutto dicevano.
E dopo con grande soddisfazione, sentirsi a posto
per un'altra settimana.
Ma mai bastava questa viglia canchera
che bruciava dentro.
Con questi occhi guardavano anche le donne
che andavano al mercato di Valdobbiadene:
Seduti al caffè Commercio allungavano gli occhi
con fare da esperti. Poi pesavano, fissavano
a bocca stretta
le donne migliori che cercavano tra i banchi.
Quella? Quell'altra? Sì la conosco, si!
Anche io!
Il tempo passava, e anche loro tutti.
Adesso sognano ancora un amore 
che non ha nome.
venduto a peso,
sa solamente
di soldi.

Gian Berra 2015





14

La Gelmina picada.

Su ala Pieraleva, pena
sora Milies, al bosc al se seca
ala fin de setembre.
Squasi le cai do le foie dei alberi.
Dai giaron xe vegniste do a Segusin le bestie.
Tuti i gha serà le casere, e dess i speta
al gran fret che ghe tocarà soportar
anca sto inverno.
I gha parecià bela anca la vedèla zovena
che ghe tocarà vendar, par poder pagar le tasse
a quei che parla strambo, e i vien su 
da Roma.
La Gelmina, ela sola, la camina
su par al trodo che porta sora oltra.
La varda le foie seche, la ghe dà un ocio 
anca i talpon e le cassie col cor
che piande. Par che no ol vol vardar
anca pi sora al sol che par sconderse
oltra la chipa. La se tira su un pochet le cotole
par no tacarse ale roe.
Dopo la se passa la man sula panza e 
ghe se strenze al cor. Si, la gha capio
de essar piena. Coi sgrisoi la pensa a quande
la ghe a contà a Menin sta novità. La sperava in un sorriso
de zovane 'namorà de ela.
Ma lu al xe scampà via co i oci rabiosi.
So mare, par che la gha capio tuto,
ma 'ncora no la parla de sta roba.
Far sto pecà, prima de essar sposadi, xe solamente
colpa dela femena.
Svergognada ela, e anca la so fameia. Tuti lori
segnadi da sta colpa. 
Gelmina no la dorme pì, la tien i oci par tera.
Par che na tenaia la ghe strenze al cor.
Quande che vien la sera, i la zerca,
e tuto se rivela quande i la cata picada
par al col a un ram, su ala Pieraleva.
Sconder tuto, desmentegar, far che sta roba
no la xe mai vegnista. Un funeral fato de scondion
un sabo matina prest co la ciesa voda.
Dopo al prete al gha dito de
sepolirla fora dala tera consacrada.
Na tomba seza nome ne crose.
Sepolida par sempre, anca al so nome.
Dela Gelmina, nissuni pi parlarà
de ela.

Gian Berra 2015

TRADUZIONE


Gelmina appesa

Sù, alla Pieraleva, appena
sopra Milies, il bosco si secca
alla fine di settembre.
Quasi cadono le foglie degli alberi.
Dai ghiaioni sono venute giù a Segusino
le bestie.
Tutti hanno chiuso i casolari e adesso
aspettano il gran freddo
che gli toccherà sopportare
anche questo inverno.
Hanno anche preparato bella
la vitella giovane, che gli toccherà
vendere, per pagare le tasse
a quelli che parlano strano, 
e vengono su da Roma.
La Gelmina, da sola, cammina
per il sentiero, che porta su oltre.
Lei guarda le foglie secche e dà un occhio
anche i pioppi e alle acacie
col cuore che piange. Sembra non voglia guardare
un po' più sopra, il sole che sembra
nascondersi oltre la cima. Lei si tira su
un po' la sottana, per non
attaccarsi ai rovi.
Dopo si passa la mano sulla pancia e
le si stringe il cuore. Si, ha capito
di esser piena. Con i brividi, pensa a quando
ha raccontato a Menin questa novità.
Sperava in un sorriso da giovane
innamorato di lei.
Ma lui è scappato via, con gli occhi rabbiosi.
sua madre, sembra abbia capito tutto,
ma ancora non parla di questa cosa.
Fare questo peccato, prima di essere sposati,
è solamente colpa della donna.
Svergognata lei, e anche la sua famiglia.
Tutti loro segnati da questa colpa.
Gelmina non dorme più, e tiene 
gli occhi per terra.
Sembra che una tenaglia le stringa il cuore.
Quando viene sera,la cercano,
e tutto si rivela quando la trovano
appesa al collo, ad un ramo
su alla Pieraleva.
Nascondere tutto, dimenticare, 
fare che questo non sia mai accaduto.
Un funerale fatto di nascosto
un sabato mattina presto, con la chiesa vuota.
Poi il prete ha detto di 
seppellirla fuori dalla terra consacrata.
Una tomba senza nome, ne croce.
Seppellita per sempre, anche il suo nome.
Della Gelmina, nessuno più parlerà
di lei.

Gian Berra 2015




15

A Mòmi al ghe tira.

A Mòmi al ghe tira, quande
che al ghe trà un ocio ala Pineta zovena.
Nol pol scamparghe via, da lu,
anca quande che la vede, fora dala cesa
co le soe amighe.
Che ela lo galo vist? No se sa.
Al olaria 'ndarghe rente,
ma la vergogna sé granda.
Ma sto ostia al ghe tira sule braghe,
par che al pretende sodisfazion.
Mòmi al se pensa de quande, ani prima
Delmo al ghe ga insegnà a menarlo.
Ma al ghe a dito anca che sta roba
xe na vergogna.
A dotrina i  gha osà,  disendo che xe pecà grave.
Ma fursi che anca lori i lo mena?
Sto pensiero lo fa sentir sporco,
ma Delmo al  fa de sì co la testa.
Lora basta farlo, ma no massa, e taser.
Ma sta roba no lo incontenta pì.
Dopo, sul tornar a casa, al sé incorde che la Pineta
dess la camina ela sola vanti a lu,
le soe amighe par le sia scampade tute.
Mòmi al gha al cor che salta fora
e al par imbiago.
Cossa xeo? Ghe xe scampà in tera
al faolet de la Pineta? 'Gnanca ela la se gha incorto!
Mòmi al ciapa su al faolet, e la ciama:
Pineta, varda, al to faolet. 
Al te era caiesto do...
Ela la se olta e la varda sta figura
come se la fusse nova, dai piè fin su la testa.
Ela la gha i oci che splende
come un gran sol.
Mòmi no xe pì de sto mondo,
quei oci i lo strigà,
e la boca de ela, la par de veludo...
Ciao Pineta...
Vientu anca ti ala festa de sabo in piazza?
Ghe vien da dir.
La Pineta la se fa seria, ma anca la ride
coi oci:
Fursi, si..
e la va via.
De sera, quande che Mòmi
al se ghà coricà sul so let,
Al scur, lu al ghe tira, par che al pretende.
Ma i i pensieri i ghe va a quei oci.
Al se pensa de tocar la soa pel. Come la sia?
Dopo al pensa al sabo che vien. Cossa dirghe?
Che sia de passar doman davanti a casa soa?
Che la vegna fora?
Al sonno al vien, che Mòmi, 
gnanca al se incorde.

Gian Berra 2015.


TRADUZIONE


A Mòmi gli tira.

A Mòmi gli tira, quando
butta un occhio alla Pineta giovane.
Non può scappare via da lui,
anche quando lui la vede fuori dalla chiesa
con le sue amiche.
Che lei lo abbia visto? Non si sa.
Vorrebbe andarle vicino,
ma la vergogna è grande.
Ma questo farabutto gli tira sui pantaloni,
sembra che pretenda soddisfazione.
Mòmi,si ricorda di quando, anni prima
Delmo gli aveva insegnato a menarlo.
Ma gli ha detto anche, che questa cosa
è una vergogna.
A dottrina gli hanno urlato, dicendo che è peccato grave.
Ma forse anche loro lo menano?
Questo pensiero lo fa sentire sporco,
ma Delmo gli fa di sì con la testa.
Allora basta farlo, non troppo, e tacere.
Ma questa roba non lo accontenta più.
Poi, nel tornare a casa, vede la Pineta
camminare da sola davanti a lui.
Sembra che le sue amiche siano scappate tutte.
Mòmi col cuore che salta fuori,
si sente ubriaco.
Cosa c'è? E' caduto in terra
il fazzoletto della Pineta? Lei non se ne è accorta!
Mòmi raccoglie il fazzoletto e la chiama:
Pineta, guarda, il tuo fazzoletto.
Ti era caduto giù...
Lei si volta e guarda la sua figura  dai piedi fin sulla testa, 
come se fosse nuova.
Lei ha gli occhi che splendono
come un gran sole.
Mòmi non è più di questo mondo,
quegli occhi lo hanno stregato,
e la bocca di lei pare di velluto...
Ciao Pineta...
Vieni anche tu alla festa di sabato, in piazza?
Gli viene da dire.
La Pineta si fa seria, ma anche ride
con gli occhi:
Forse sì...
E va via.
Di sera, quando Mòmi
si è coricato sul suo letto,
Al buio, lui gli tira, sembra pretendere.
Ma i pensieri gli vanno a quegli occhi.
Pensa alla sua pelle. Come sarà?
Dopo pensa al sabato che verrà. Cosa dirle?
Che sia da passare domani sera, davanti a casa sua?
Che lei venga fuori?
Il sonno viene, che Mòmi
nemmeno se ne accorge.

Gian Berra 2015





16
La mula Genova.


La mula Genova la dorme in piè,
e la para via i moscat, co la coda.
Tuta la not la pensa che doman
xe mercore, e Pierin,
al so paron va al marcà
a Montebelluna.
Sarà na gran giornada de caminar
co calma e giudizio da Maser
fin zo ala ostaria dell'Inferno a Carean.
Co Pierin al salta sul caretin, lu
al assa che  la vada ela sola.
Genova xe na mula inteligente, la sa tute le fermade.
Quande che i xe rivadi 
a Contea, ela la sa 'ndove spetar Pierin
che al va a catar la Rossa par
un sfogo natural. A lu no ghe basta pì la so femena
co la schena storta par sette fioi. Par lu
ghe vol carne zovena almanco par un dì
la setimana. Dopo quande che al vien fora
svodà da sto tormento de mascio,
anca la mula Genova la se incorde che lu
al xe ormai imbriago.
Quande che tuti dò i riva a Montebeluna,
xe ora de far i veri omi de marcà.
Col capel in man Pierin al se dondola,
co importanza, rente ai so amighi
a contar e bere, coi oci che varda furbi.
Al contratta, al ciapa i schei,
al promete altri affari.
Dopo su un canton, al va pissar sconto.
Pierin al al varda al sol su alt, dopo va a magnar 
come i siori
sardele roste e nerveti teneri,
Col riva tacà la mula Genova che lo speta, 
lu nol stà pì in piè.
Ma la pensarà ela a portarlo 
a casa soa.
La mula Genova no la pensa mai massa,
i animai no pensa no.
Lori ghe basta far le robe
che i gha da far.
Doman xe come anquoi
sentadi su sogni
ormai stusadi, par la abitudine
de mai cambiar la strada fata.
Tacar a caminar oltra
ghe vol massa coraio.
E noialtri no semo pagadi
par sta roba.

Gian Berra 2015

TRADUZIONE


La mula Genova.

La mula Genova dorme in piedi
e manda via le mosche con la coda.
Tutta la notte pensa che domani
è mercoledì, e Pierino,
il suo padrone va al mercato
a Montebelluna.
Sarà una gran giornata da camminare
con calma e giudizio da Maser
fin giù alla osteria dell'Inferno
a Caerano.
Quando Pierino salta sul carrettino,
lui lascia che lei vada da sola.
Genova è una mula intelligente,
che sa tutte le fermate.
Quando sono arrivati a Contea
lei sa dove aspettare Pierino
che va a trovare la Rossa per 
uno sfogo naturale. 
A lui non basta più la sua donna
con la schiena storta per sette figli.
Per lui ci vuole carne giovane,
almeno per un giorno la settimana.
poi quando esce, svuotato da
questo tormento da maschio,
anche la mula Genova si accorge
che è ormai ubriaco.
Quando che tutti e due arrivano
a Montebelluna,
E' ora di fare i veri uomini 
di mercato.
Col cappello in mano Pierino si dondola,
con importanza, accanto ai suoi amici
a raccontare e bere, 
con gli occhi che scrutano furbi.
Contratta, intasca soldi,
promette altri affari.
Dopo cerca un angolo, 
e piscia di nascosto.
Pierino guarda il sole alto, poi
va a mangiare come i signori
sardelle arroste e nervetti teneri.
Quando arriva accanto alla mula Genova
che lo aspetta,
lui non sta più in piedi.
Ma ci penserà lei, da sola
a portarlo a casa sua.
La mula Genova non pensa mai troppo,
gli animali non pensano.
A loro basta fare le cose
che devono fare.
Domani è come oggi
seduti sui sogni
ormai spenti dall'abitudine
di mai cambiare la strada fatta.
A cominciare a camminare oltre
ci vuol troppo coraggio.
E noi non siamo pagati
per questo.

Gian Berra 2015







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